A ssieme ai primi fratelli, p. Ricardo iniziò, come abbiamo visto nelle puntate precedenti, la prima casa di preghiera, secondo il comando ricevuto profeticamente nel 1978, nella locanda “da Marco”, al Cerbaro.
Mentre erano ancora alloggiati presso la pensione al Cerbaro, il 19 aprile del 1979, alle ore 16, arrivò una telefonata da parte di Antonietta, la sorella di Biella, che comunicava una parola del Signore per p. Ricardo: «Dice il Signore: aspetta ancora un poco, poi ti chiamerò. Allora vieni, sarai pronto per costruire la casa del Signore! Parti senza indugio appena ti chiamerò. Da dove ti trovi non ti muovere se prima Io, il Signore, non ti chiamerò per bocca di chi ti ha respinto». Obbedienti alla Parola del Signo-re, p. Ricardo con i fratelli si misero in preghiera, attendendo il segno della chiamata, che arrivò puntualmente
il 30 aprile. Si trattava di una lettera da parte di un fratello anziano della “Comunità del Cantico” la quale comunicava a p. Ricardo, contrariamente a quanto prima era stato deciso, che ora poteva gestire liberamente la proprietà di Camparmò e lo scioglievano da ogni divieto. Così il giorno seguente, p. Ricardo con i fratelli si incamminarono dal Cerbaro verso Camparmò. Dopo due ore di camminata arrivarono sul posto, suolo benedetto, preparato dal Signore.
Chiaramente il Camparmò di allora non era quello di adesso! La stradina che portava fino alla contrada era ripidissima e molto stretta, in pessime condizioni di viabilità.
Quando arrivarono nel punto dove iniziava la proprietà (precisamente dove ora si trova il pozzo dell’acqua), si inginocchiarono e p. Ricardo, molto commosso interiormente, baciò la terra che il Signore nella Sua misericordia gli donava.
Nel mettersi in piedi si verificò un fatto singolare: i rami degli alberi circostanti furono in quel momento mossi da una brezza leggera. Sembravano applaudire ad un lieto evento. Così i fratelli si ricordarono della Parola che il Signore aveva donato nel dicembre del 1978 circa il loro rientro a Camparmò: «Voi dunque partirete con gioia, sarete condotti in pace. I monti e i colli davanti a voi eromperanno in grida di gioia e tutti gli alberi dei campi batteranno le mani» (Is 55,12).

I fratelli in quel momento sentivano stormire le fronde degli alberi e vedevano ondeggiare l’erba dei campi sotto la spinta del vento leggero: sembrava che la natura applaudisse al loro ritorno. Le montagne che coronano Camparmò erano ricoperte da un velo di neve e sembravano sorridere e brillare sotto i raggi del sole di maggio.
Entrarono nella casetta (l’attuale “Raab”, quella dove ora ci sono gli uffici) dove avevano in precedenza lasciato alcuni mobili, libri e utensili da cucina e la trovarono completamente vuota. Tutti ebbero la medesima impressione: sembrava un sepolcro freddo e vuoto. Tutto ciò che c’era prima era stato spazzato via: le cose di prima erano passate, iniziava ora qualcosa di nuovo.
Camparmò doveva essere ricostruito, si dovevano preparare gli alloggi. Così p. Ricardo e Costantino decisero di sistemarsi in qualche modo in “Raab” (unica abitazione vivibile), che fu chiamata così perché aveva ospitato precedentemente per alcuni giorni i fratelli per “esplorare” Camparmò, come nella Bibbia la casa di Raab aveva ospitato i primi esploratori nella città di Gerico.
Sandro e Silvia, invece, furono accolti come ospiti a Vicenza e ad Alba presso alcune sorelle.
Durante il soggiorno di Silvia ad Alba, presso una signora di nome Rina, successe un fatto singolare. P. Ricardo stava celebrando l’eucaristia nella casa di Rina e avevano staccato il telefono per non essere disturbati. Finita la celebrazione, Rina riattaccò il telefono che subito squillò e una voce rotta dal pianto disse: «Vieni subito, Rina, Federico è caduto da 5 metri e su di lui è scesa una sbarra pesante che lo ha colpito sulla testa». Rina, che era infermiera, corse subito all’ospedale dove era ricoverato il nipotino di 7 anni. Bisognava portarlo d’urgenza all’ospedale neurologico di Novara. Le condizioni del bambino erano preoccupanti: la scatola cranica era rotta e il fanciullo poteva morire in poco tempo. Mentre viaggiava col nipotino, Rina pensò di fare un voto che se il Signore avesse salvato il bambino, lei avrebbe donato a Camparmò una generosa offerta.
Intanto i fratelli pregavano, ignari del voto. Rina testimoniò di come le condizioni del bambino cominciarono a migliorare sotto le sue mani e davanti ai suoi occhi. Arrivati all’ospedale di Novara i medici non rilevarono nessun trauma cranico e il bambino fu dimesso il giorno dopo.
P. Ricardo ricorda che questo è stato il primo grande miracolo operato dal Signore per confermare la Sua opera a Camparmò.
Una volta preso possesso di tutto il territorio che il Signore aveva donato, p. Ricardo con i fratelli cominciarono a costruirsi degli ambienti per poter abitare in quattro persone, tre fratelli e una sorella, e per poter dare avvio ad una vita comunitaria dignitosa.
Iniziarono a sistemare due box prefabbricati in lamiera, donati dalla coppia Domenico ed Elisa (vedi il KeKaKo
nº 20). Rivestirono le pareti interne di lana di vetro, di polistirolo e di perline di legno, posarono sopra il pavimento, fatto di tavole di legno grezzo, un foglio di carta catramata e un linoleum pensando così di difendersi dai rigori invernali (!). I due box, denominati “Baruc” e “Daniele”, furono destinati rispettivamente a Costantino, allora segretario di p. Ricardo (Baruc era il segretario di Geremia) e a Silvia (Daniele nome del profeta biblico). Sandro invece era stato sistemato in un altro box costruito artigianalmente con pezzi di lamiera e chiamato “Arca”. Quest’ultima sistemazione era un po’ più grande (4 x 4 m) per far posto alla sua enorme arpa.
P. Ricardo si era sistemato in “Raab”, l’unica vera casetta esistente, che precedentemente era stata una stalla. Il piano di sotto fu adibito a refettorio, cucina con bagno e doccia, mentre il piano superiore a studio e cappella, con inserito uno stanzino minuscolo, con le pareti di tavole di legno, come stanza da letto per il pastore (ci stava infatti solo il letto!).
Tutto era poveramente arredato, in una superficie di
48 m2, ma con gusto. I mobili erano “made in Camparmò”, cioè fatti in casa, sotto la guida del capo falegnameria, padre Ricardo: tavole grezze di legno, perline, e tanti, tanti, tanti chiodi.